Se ragionassimo con la logica dei numeri e se pensassimo di fare scelte politiche sulla base della demografia ci dovremmo arrendere. Ma quella del sostegno ai piccoli comuni e ai territori rurali non è una battaglia romantica ma è una grande questione sociale.

Il senso del settimo incontro di CIVES – Laboratorio di formazione al bene comune tenuto sul tema “La questione territoriale delle aree interne” si può riassumere in queste considerazioni proposte, all’inizio del suo intervento, da Enrico Borghi, parlamentare e Coordinatore per l’attuazione della Strategia Nazionale Aree Interne. Il Laboratorio CIVES è promosso dall’Ufficio per i problemi sociali e il lavoro della Diocesi di Benevento, in collaborazione con il Centro di Cultura “Raffaele Calabria” e l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano.

“Le aree interne sono contraddistinte da situazioni di grande debolezza – ha spiegato Ettore Rossi direttore dell’Ufficio diocesano per i problemi sociali e il lavoro in apertura dei lavori - come lo spopolamento, l’invecchiamento della popolazione, l’assenza di servizi fondamentali; ma l’altra faccia della medaglia è positiva, in quanto rappresentata dalle tante risorse che esse conservano come quelle paesaggistiche, ambientali, culturali, agricole e collegate ai prodotti tipici. Sulla valorizzazione di queste vocazioni territoriali si gioca il futuro dei nostri territori, che costituiscono il cuore delle aree interne”.

Noi cittadini delle piccole Italie non possiamo arrenderci all’ineluttabilità di un destino. “Ci sono in varie zone dell’Europa – ha detto Borghi - numerosi esempi di piccoli paesi che crescono, attraggono nuovi abitanti e sono vitali. E’ importante per noi capire le motivazioni di questa rinascita”. Per risolvere questi problemi non basta l’istituzione o una legge, anche se quella sui piccoli comuni approvata di recente è di grande importanza, perché comunque sono dei mezzi. “Nel nostro Paese vi è stata l’assenza di politiche territoriali. Prima l’idea del progresso si esprimeva nell’andare nelle città – ha continuato il parlamentare che è anche Presidente nazionale dell’UNCEM, Unione Comuni Comunità Enti montani - perché il capitale e il lavoro stavano nello stesso luogo fisico. Questa dinamica non c’è più, anche grazie ai cambiamenti tecnologici. La nuova centralità dei territori spinge a trovare alternative alla resa”.

La Strategia Nazionale Aree Interne (SNAI) parte dall’interdipendenza tra poli urbani e territori rurali. Un esempio è il rapporto tra territori interni che producono acqua e quelli che la consumano, cioè le realtà urbane. I territori interni sono un bene nazionale, svolgono una funzione ecosistemica e di carattere generale. Nell’ambito di questa Strategia lo Stato deve mettere a disposizione due strumenti: servizi di cittadinanza e sistemi di mobilità da una parte; azioni per creare lavoro, riorientando le risorse, dall’altra. “In Italia la SNAI prevede 70 aree sperimentali in cui incarnare questa prospettiva. Tra esse vi è anche l’area sperimentale sannita Tammaro – Titerno che dovrà fare una serie di scelte di prospettiva, rompendo gli schemi consolidati”. Il senso più profondo di questa iniziativa è che lo Stato torna a farsi garante, rispetto ai cittadini, della scelta di dove vivere. Anche perché i territori interni cominciano ad esprimere una capacità di innovazione di cui non sono più capaci le città. Un esempio è dato proprio dalle cooperative di comunità che stanno nascendo in diversi piccoli comuni, come espressione della capacità di resilienza delle comunità.